La Brigata Sassari tra “nazione italiana” e “razza sarda”

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[Andria Pili]

«Il sardo ha molto vivo e profondo il senso dell’onore e della fierezza (…) il soldato sardo non alza le braccia, non si arrende in combattimento e non conosce l’obbrobrio dello sbandamento. Niente urta di più il sardo che l’essere tacciato e sospettato di vigliaccheria. Il vero figlio dell’isola vuole fare sempre bella figura, il soldato sardo combatte per l’Italia e per la Sardegna». Questo passaggio di uno scritto di Attilio Deffenu – intellettuale autonomista sardo, caduto nella Grande Guerra nel 1918 – è stato citato dall’On.Salvatore Deidda (Fratelli d’Italia) il 25 settembre scorso, entro un dibattito parlamentare riguardante la concessione della cittadinanza austriaca per gli altoatesini. Il fulcro del discorso del deputato sardo è che in Sardegna – pur essendo una Regione a Statuto Speciale e vivendo in una condizione peggiore dell’Alto Adige, a causa della distanza con il continente – a differenza di quanto avviene nelle zone in cui «si sputa sull’Italia», non ci si lamenta e si prosegue a servire fedelmente la «Patria». Il richiamo era dunque un modo per sottolineare la dedizione dei sardi che, pur avendo ragioni di insoddisfazione, non si sognano di venir meno ai propri doveri verso l’Italia ma sono addirittura disposti a morire per essa. Una citazione che mostra come – ad un secolo di distanza – la retorica nazionalista statale sulla Grande Guerra sia parte importante del nazionalismo italiano dei sardi, di un’identità sarda subalterna.

Per capire meglio è molto interessante andare direttamente alla fonte, leggere tutto il testo di Deffenu e, soprattutto, chiedersi il perché l’aveva scritto. Si tratta della «Relazione sui mezzi più idonei di propaganda morale da adottarsi fra le truppe della Brigata» (1918), scritta per conto del servizio di propaganda dell’Esercito; la sua tesi è che sia necessario prendere atto della esistenza, entro lo Stato, di regioni caratterizzate da «forme arretrate di convivenza» e cercare di sfruttare tale condizione per finalità pratiche (in questo caso, l’impegno bellico). Dunque, l’obiettivo della propaganda militare tra i soldati sardi deve essere quello di accentuare le doti naturali della loro etnia, al fine di portarle a vantaggio dell’esercito italiano; si tratta di trasformare in forza positiva gli elementi di arretratezza isolana. Infatti, il passaggio citato in Parlamento è preceduto da questo: «Ora il sardo ha, come i popoli alquanto primitivi che non hanno subito l’influsso di correnti di idee che sono l’espressione del più abbietto e materialistico egoismo». Insomma, le qualità belliche dei sardi e il loro spiccato senso dell’onore derivano dal primitivismo, carattere specifico di questo popolo a lungo isolato dalla civiltà. Il mito sciovinista-militarista della Brigata Sassari – come chiarito dalla storica Giuseppina Fois nella sua indispensabile «Storia della Brigata Sassari» (1981) – ha come fondamento le teorie razziste dell’antropologia positiva della seconda metà del secolo XIX: i soldati sardi sono dei selvaggi in divisa, sono degli abili combattenti all’arma bianca, proprio in quanto razzialmente inferiori, privi delle inibizioni della civiltà. Questo aspetto razziale del mito, presente chiaramente anche in Deffenu, è palesemente rimosso dalle celebrazioni del nazionalismo statale che, al contrario, vorrebbero che la Brigata Sassari fosse prova dell’italianità dei sardi e del legame indissolubile fra Sardegna e Italia, trasformando in un rapporto paritario quello che è un rapporto gerarchico in cui la prima è posta a servizio della seconda.

Tuttavia, sempre nella stessa relazione, troviamo scritto che al fine di ottenere il massimo risultato dai soldati sardi è necessario far loro credere il loro sforzo servirà a realizzare un «migliore destino» per la propria terra. Qui abbiamo l’idea del tributo di sangue, grazie al quale i 13000 morti sardi per il presunto compimento dell’unificazione italiana darebbero agli isolani il diritto di rivendicare l’acquisizione di pari diritti di cittadinanza o di reclamare l’attenzione dello Stato centrale per porre rimedio ai loro problemi. Anche in questo caso è palese un’idea di subalternità della Sardegna, che attende l’intervento salvifico esterno (italiano) per sottrarsi al disastro insito nella sua natura. Vediamo tale concezione anche nella battaglia politica per l’inserimento dell’insularità in Costituzione, sostenuta trasversalmente da centrodestra e centrosinistra, secondo cui la condizione geografica sarebbe un limite superabile solo con l’intervento attivo dello Stato garantito esplicitamente sulla Carta Costituzionale dello Stato. I rappresentanti del comitato promotore così si sono espressi, lo scorso 7 ottobre, in occasione della consegna al presidente del Senato delle 100000 firme raccolte a supporto della proposta di legge: “ci consentirà di rivendicare ancora con più forza ciò che ai sardi spetta di diritto. L’Italia ha un debito di riconoscenza nei confronti della nostra Isola, un debito che risale a quasi un secolo fa e che non è mai stato saldato”. Anche qui un richiamo ai sardi nella Grande Guerra e l’utilizzo del mito intorno alla Brigata Sassari a legittimazione del ruolo di mediazione della classe politica sarda.

Penso che la Brigata Sassari sia la rappresentazione concreta dell’identità sarda subalterna, al limite tra l’aspirazione a diventare pienamente italiani – in nome di ciò che l’ingresso nella nazione civica italiana rappresenti sul piano ideologico e materiale, fra progresso e sviluppo economico – e l’appartenenza ad una comunità nazionale distinta per territorio, storia e lingua. In questo senso, l’ideologia nazionalista italiana in Sardegna è funzionale a mistificare un rapporto di subalternità che non potrà mai essere paritario, legittimando il potere statale e della classe dirigente sarda.

Italianità “civica” e “razza sarda”

 La costruzione razziale del mito del combattente sardo si basa sull’idea razzista di una stratificazione storico-sociale dell’umanità: i sardi sono predisposti alla guerra a causa dello stadio razziale inferiore in cui sono rimasti fermi, lungo il cammino della civiltà; esattamente come gli africani. Paolo Orano nel suo «Psicologia della Sardegna» (1896) scrisse che fare dei nuoresi un corpo militare avrebbe significato mettere a frutto positivamente le loro «tendenze fisiche e morali veramente primigenie della razza». Alfredo Niceforo, nel suo «La delinquenza in Sardegna» (1897), descrisse tale tendenza dei sardi in un capitolo sull’aggressività come fattore individuale del sardo, condannandola appunto come un «ardore bellico (…) proprio delle razze e degli individui inferiori» che verrà superato con l’avvento della civiltà industriale. A mio parere l’antropologia positiva della seconda metà del XIX – già Lombroso (1876) e Sergi (1893) ritenevano i sardi inferiori a causa delle ridotte dimensioni del loro cranio – segna il passaggio, nella costruzione dell’identità sarda, dal mito dell’italianità naturale dei sardi all’idea orientalista di essi come Altro rispetto all’Europa occidentale; i sardi, dunque, devono italianizzarsi per raggiungere lo stadio più avanzato della modernità, abbandonare lo stato di arretratezza per entrare nella Storia.

L’italianità dei sardi è stata una scelta della classe dirigente sarda, una borghesia debole e dipendente, incapace di farsi «borghesia nazionale sarda» e di imporsi sull’aristocrazia feudale, come accadde altrove tra fine XVIII e XIX secolo. Sconfitta l’ala più radicale e popolare del movimento riformatore protagonista del triennio rivoluzionario sardo (1793-1796), si creò un legame sempre più stretto tra la classe dirigente locale e la Corona sabauda, sino ad una fusione perfetta con il Piemonte perseguita in nome del miglioramento della propria condizione sociale (ad es. pieno accesso agli impieghi pubblici, apertura commerciale) e della modernizzazione (superamento definitivo del feudalesimo e un sistema a protezione della proprietà privata); l’autonomia dell’isola era vista come un anacronismo da Vecchio Regime da abbandonare – nel 1847 – in favore dell’uguaglianza formale, per poter recepire le riforme che sarebbero state attuate sul continente da Carlo Alberto. In questo contesto, nella prima metà del XIX secolo, gli storici sardi dell’epoca riscoprirono la storia dell’isola con il tentativo di valorizzarla, toglierla dalla denigrazione o disinteresse degli stranieri. Ciò avviene nell’ambito della propria negoziazione per ottenere il riconoscimento della propria italianità: essere ritenuti appartenenti al mondo civile significa poter entrare a far parte del ceto intellettuale continentale. Passando anche per l’utilizzo di falsi come le Carte d’Arborea, si cercherà di dimostrare proprio questa italianità naturale, dunque la fusione perfetta come un ricongiungimento con la naturale patria italiana. Si utilizzava ancora l’espressione «nazione sarda», poi caduta in disuso a partire dall’Unità d’Italia o forse già dallo Statuto Albertino per cui la nazione era solo il corpo dei cittadini, acquisendo il significato politico, civico, moderno.

La realizzazione dello Stato unitario pose il dilemma di quella «Africa in casa», che la Fusione tra Sardegna e Piemonte aveva anticipato. Il Sud sottosviluppato venne inteso come palla al piede rispetto alle ambizioni della borghesia settentrionale, più vicina alle realtà europee più sviluppate. Inizia la costruzione del meridionale come italiano degenere, la parte cattiva degli italiani; i meridionali sono così posti al limite tra l’inclusione ed esclusione dal perimetro della nazione italiana. Il razzismo positivista della seconda metà dell’Ottocento diede una sistemazione scientifica alla costruzione orientalista già in atto da decenni, giustificando lo sfruttamento del Sud e delle isole per opera del capitale settentrionale. I libri di Orano e Niceforo sulla Sardegna sono collocati in un periodo ben preciso: la crisi agricola degli anni’90, provocata dalle politiche protezioniste della Sinistra storica (ad es. la guerra doganale con la Francia fece mancare ai produttori sardi un mercato importante) che portò ad una recrudescenza del banditismo. Le tesi razziali erano funzionali a spiegare il fenomeno allontanando lo sguardo dalle responsabilità politiche e sociali, incolpando così la stessa natura dei sardi, in particolare del pastore errante, emblema della sardità in quanto ritenuto il principale nemico del progresso dell’isola.

Nella prima metà del Novecento, specie durante il fascismo, l’idea di italianità della Sardegna si ripresenta evidenziando tre momenti chiave: la Romanità, l’italianizzazione primaria dell’isola sotto la dominazione pisano-genovese (Basso Medioevo) e il ricongiungimento con la Storia grazie all’avvento dei Savoia dopo il periodo buio spagnolo. In ogni caso è presente l’idea dell’unione con l’Italia come un passaggio obbligato per il progresso e la fuoriuscita dei sardi dall’isolamento mentre l’idea razziale sui sardi viene paradossalmente ribaltata non solo in quanto utile all’impegno bellico per l’Italia ma anche in quanto segno di una purezza razziale italiana. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la creazione dell’autonomia speciale si è invece affermata l’idea di adesione alla Costituzione Repubblicana antifascista come sinonimo di identità italiana oltre all’applicazione del dualismo modernità/tradizione – propria della teoria sociale ed economica che fece da sfondo ai Piani di Rinascita per l’industrializzazione dell’isola – in termini di italianità/sardità.

Tenendo conto dell’evidente difficoltà di collocare la Sardegna entro la costruzione dell’italianità, dati l’appartenenza ad un territorio dunque ad una comunità distinta con una sua lingua e storia particolare, penso che l’italianità in Sardegna non avrebbe potuto affermarsi senza puntare sull’idea civica di nazione italiana. Rispetto a quanto avviene nella penisola, in cui semplicemente ci si riconosce come italiani in quanto appartenenti alla comunità che sta su una regione geografica denominata Italia, in Sardegna l’italianità deve sempre essere giustificata in maniera esogena, alla ricerca di eventi storici chiave che avrebbero «saldato» il legame tra l’isola e la penisola – il tributo di sangue della Grande Guerra, l’avvento di Pisa e Genova o della lingua latina – oppure che rappresenterebbero particolari valori, aspirazioni di élite o di massa (penso alla Fusione perfetta come ingresso nella modernità o alla Resistenza antifascista dunque alla Costituzione della Repubblica). Su queste ultime due è bene ricordare che non solo l’isola non ebbe – per ovvie ragioni – resistenza popolare contro i nazisti (è singolare come sia l’unica regione italiana a non aver avuto una strage nazista) ma durante il referendum tra monarchia e repubblica votò per la prima; da qui si capisce come l’adesione dei sardi come popolo a questi eventi storici fondanti dell’identità dell’Italia repubblicana sia posta innanzitutto sul piano ideale. È chiaro come in questa costruzione l’italianità debba sempre essere intesa come qualcosa di positivo, malgrado – ricollegandomi all’esempio precedente – il fascismo sia nato non a caso in Italia, il Partito Sardo d’Azione sia stato un importante partito antifascista e autonomista di massa e non sia certo necessario essere italiani per essere antifascisti, essendo l’antifascismo un valore universale. Credo dunque sia evidente come – anche nel caso di un’idea «progressista» di nazione italiana – si ponga il problema di un’identità sarda subalterna, di un complesso di inferiorità che vuole i sardi incapaci di partecipazione autonoma alla storia globale senza l’intervento italiano e di un rapporto che è comunque sempre verticale e mai equo.

Perciò, la sardità è connessa a termini negativi (immobilismo, arretratezza, chiusura, isolamento) e con un passato «arcaico» o «primitivo» (nella migliore delle ipotesi richiama sentimenti, romanticismo, affetto per la terra natia); l’italianità, invece, in termini positivi (apertura, progresso, sviluppo). Il nazionalismo italiano in Sardegna più che operare per far comprendere ai sardi di essere italiani, mi pare più volto a far sì che essi comprendano la necessità di diventarlo: l’italianizzazione come emancipazione. Penso che entro questa concezione si possa comprendere l’ideologia intorno ai soldati sardi nella Grande Guerra.

Militarismo italiano e identità sarda

 L’idea fascista di Sardegna relegava l’isola al ruolo di avamposto dell’italianità nel Mediterraneo; le sue fortune, dunque, erano strettamente legate alla «fase imperiale» dell’Italia nel Mare Nostrum. La medesima concezione sciovinista la ritroviamo in «Il valore del sardo in guerra», scritto da Medardo Riccio tra il 1917 e il 1920, per celebrare l’impegno dei sardi nella Grande Guerra, tramite la ricostruzione «storica» delle tendenze belliche del popolo sardo: «La storia della Sardegna (…) rivela il carattere, l’indole ed il genio di una stirpe che, come sentinella avanzata del Mediterraneo, ebbe la missione di difendere, colla propria terra, la civiltà latina e la libertà italiana». Missione adempiuta con zelo sia in occasione del tentativo di invasione francese di fine secolo XVIII («rinunziarono alle seduzioni ed al fascino della rivoluzione francese per rimanere italiani») che durante la permanenza forzata dei Savoia nell’isola, dopo l’invasione napoleonica del Piemonte («non solo l’asilo più sicuro della dinastia, ma altresì il baluardo inespugnabile della nazionalità italiana»).

Per la Repubblica, antifascista e ripudiante la guerra, la Sardegna – nel contesto dell’Alleanza Atlantica – riveste la stessa funzione di avamposto militare più importante dell’Italia nel Mediterraneo. L’isola, infatti, con i suoi poligoni militari (Quirra e Teulada, 12000 e 7200 ettari rispettivamente, sono i più grandi dello Stato) è indispensabile per le esigenze di addestramento dei soldati italiani. La Brigata Sassari fu rifondata tra il 1988 e il 1989 in un momento storico in cui la Giunta regionale presieduta dal sardista Mario Melis pose per la prima volta con forza la questione della riduzione delle «servitù militari» nell’isola. Né al ministro della Difesa né alle massime cariche militari dell’epoca deve essere sfuggita l’utilità del mito della Brigata Sassari al fine di giustificare l’occupazione militare, consentendo di presentare l’Esercito Italiano non come una forza estranea ma come parte importante dell’identità sarda:

«Nella storia della Brigata Sassari, ricca di fatti costruiti sull’eroismo, di sacrifici, di slanci umani che attengono alle caratteristiche dei sardi (…) cementarono le forti caratteristiche di una etnia (…) simbolo che ha una carica di intenso amore per la Sardegna e per la Patria (…) ridando ai sardi la loro bandiera, quel graffito di dolore e di speranza dal quale è nata la Rinascita della Sardegna (…) ha ridato ai sardi il loro vessillo di gloria e di speranza» [in nome di un] «rinnovato nuovo progetto alto e civile con la Sardegna».

(Informazione promozionale dello Stato Maggiore dell’Esercito, 08/04/1989, Unione Sarda, p.29)

“L’apertura di questa nuova caserma dell’Esercito rappresenta un ulteriore rafforzamento di quella relazione speciale che esiste tra la gente di Sardegna e i Dimonios della Sassari, una Brigata che è un’eccellenza delle Forze Armate, ed è nostro interesse che questa particolare connessione, dalle profonde e consolidate radici storiche ed identitarie, venga preservata”

(Il generale Graziano in occasione dell’apertura della caserma della Brigata Sassari, a Pratosardo, Nuoro, il 22 febbraio scorso – https://www.difesa.it/SMD_/CaSMD/Eventi/Pagine/Generale_Graziano_inaugura_Caserma_Prato_Sardo.aspx)

Oltre a ciò, il mito consente di riproporre l’idea di italianizzazione come emancipazione, dunque del militarismo nell’isola come fonte di progresso entro un finto rapporto «contrattuale» per cui la Sardegna deve compiere il suo dovere «per l’Italia» ma il sacrificio sardo deve essere ricompensato dallo Stato centrale. Nel discorso economico a difesa delle basi militari nell’isola – dalla propaganda delle Forze Armate agli esponenti di forze politiche di tutti gli schieramenti italiani – è molto comune l’idea dei poligoni come una «industria» all’avanguardia, l’unica che possa garantire reddito e trasferimento di tecnologia; oltre a ciò, i poligoni sono stati presentati anche come spazi che preservano il territorio dalla speculazione edilizia e dall’inquinamento dell’industria pesante. Siamo, come evidente, sempre dentro un discorso coloniale che vede la Sardegna naturalmente sottosviluppata e l’Italia come portatrice di progresso economico. A ben vedere, il sottosviluppo è invece una precondizione perché il militarismo possa prosperare nell’isola, non solo perché ci sarebbe meno disponibilità ad accettare il gravame ma anche perché lo Stato è totalmente disincentivato al perseguimento dello sviluppo economico. Le ricadute sulla Sardegna non hanno alcuna influenza sul buon fine delle attività connesse al settore della Difesa: non solo lo svolgimento degli addestramenti ma anche la generazione di profitti per le aziende che operano nel Distretto AeroSpaziale Sardo, fra cui la statale Leonardo, i cui interessi – per un governo italiano qualsiasi – valgono senza dubbio più di quelli di sardi del tutto impossibilitati a sanzionare un governo con il proprio voto.

Conclusioni.

Analizzare criticamente la vicenda storica della Brigata Sassari – dalla Grande Guerra alle missioni di pace – è utile per comprendere la realtà di una relazione gerarchica fra Sardegna e Italia, mistificata dal mito nazionalista italiano. Il banale nazionalismo dei sardi vede nell’italianizzazione un passaggio obbligato per la propria emancipazione sociale; la Brigata è un’ottima rappresentazione concreta di ciò, dato che in nome di presunti interessi comuni sardi e italiani – pro s’onore de s’Italia e de Sardigna – non fa che confermare la subalternità della Sardegna, un rapporto di servizio in nome di interessi esterni per cui un secolo fa – ma anche recentemente, vedi Silvio Olla e Alessandro Pibiri morti a Nassiriya nel 2003 e 2006 – si giunse a versare del sangue inutilmente fuori dall’isola e oggi si utilizza la Sardegna per finalità belliche volte ad aggredire altri popoli.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 Riguardo la storia della Sardegna su richiamata consiglio la lettura di: Girolamo Sotgiu, «Storia della Sardegna sabauda», Laterza (1986); Aldo Accardo, Nicola Gabriele, «Scegliere la patria», Donzelli (2011); «Storia della Sardegna dal Settecento ad oggi», Laterza (2006), in particolare – riguardo l’idea orientalista e razzista dei sardi – i saggi di Manlio Brigaglia, «La scoperta della Sardegna» (pp.84-97), «L’isola nature fra viaggiatori e antropologi” (pp.98-109) e di Maria Luisa Plaisant «Le radici dell’autonomismo moderno» (pp.60-73); Francesco Atzeni, «Riformismo e modernizzazione. Classe dirigente e questione sarda tra Ottocento e Novecento», FrancoAngeli 2000; su teoria della modernizzazione in Sardegna si veda Alessandro Mongili, «Topologie postcoloniali», Condaghes 2015 e Giovanni Columbu, «Il golpe di Ottana» (1975).

Sulla storiografia sarda della prima metà del XIX secolo: Aldo Accardo, «La nascita del mito della nazione sarda», AM&D (1996); «L’identità perduta» di Luciano Marrocu in «La perdita del Regno», Editori Riuniti (1995), pp.5-108.

Per la ricostruzione storica delle tesi razziste sui sardi si legga: Antonello Mattone, «I sardi sono intelligenti? Un dibattito del 1882 alla società di antropologia di Parigi», Archivio Storico Sardo, vol.35, n.3, 1986. Sulla costruzione dell’italianità e il razzismo antimeridionale si leggano in particolare Silvana Patriarca, «Italianità: la costruzione del carattere nazionale», Laterza 2010; Nelson Moe, «The View from Vesuvius: Italian Culture and the Southern Question», University of California Press, 2002.

Per l’idea fascista di Sardegna si legga il volume «Celebrazioni Sarde» (1937), in particolare l’introduzione di Alessandro Pavolini e la relazione di Arrigo Solmi, storico e autore di «Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel Medioevo» (1917). Per quanto riguarda l’idea di Costituzione Repubblicana come fondamento dell’identità italiana si legga «Essere sardi e italiani», Arkadia 2011, in particolare la relazione del giurista Pietro Ciarlo, tra i curatori del libro.

 

 

 

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